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Il workshop come spazio mentale in cui il ragazzo a rischio possa ri\trovarsi
Emerge spesso nell'attività di supervisione il tema del rapporto del ragazzo a rischio con la spazialità, intesa non tanto in termini fisici, quanto mentali.
Cerco di spiegarmi meglio: i vissuti che ciascuno di noi ha della spazialità sono, allo stesso tempo, personali e culturali.
Ad esempio fare un giro in vasca a Reggio Emilia assume un significato specifico, che solo un giovane reggiano è in grado di cogliere nei suoi significati più profondi ( fare vari giri, su e giù, lungo la strada principale della città per incontrarsi,farsi vedere,cogliere i cambiamenti nei gruppi , sancire prese di distanza,ecc). Un giovane immigrato, da poco arrivato a Reggio non è in grado di comprendere ciò che significa, per un reggiano, o anche per un immigrato ormai inserito in città, fare un giro in vasca . Sicuramente quel giovane immigrato avrà abbandonato, con la sua terra, anche l'equivalente di quel giro in vasca all'interno della sua città o del suo paese: certo è che quel giovane impiegherà del tempo prima di sentire anche come proprio il giro in vasca. Ed anche quando lo avrà compreso nei suoi significati può darsi che, in base alla profonda ambivalenza che lo lega alla città, scelga una modalità polemica di integrazione in quel luogo basata sulla provocazione e sull'esibizione.
Insomma la spazialità è una importante componente della identità i noi tutti, una componente che contribuisce a farci sentire, allo stesso tempo, come appartenenti ad una cultura, ed in termini più particolari ad una famiglia (la nostra casa), ma anche, infine, come degli individui, unici, non riconducibili a nessun altro (pensiamo ad esempio al significato che assumono in adolescenza quei luoghi più intimi e personali, che sono nostri e solo nostri).
Ebbene l'adolescente, e soprattutto il preadolescente [1], con i cambiamenti mentali radicali che accompagnano e seguono ai cambiamenti corporei, insieme a tutto il resto, mette in discussione anche i vecchi concetti di spazialità che avevano definito le fondamenta dell'età infantile: basti pensare al diverso ed opposto significato che ora assumono i concetti di stare in casa ed uscire , rispetto a quello che avevano nell'infanzia, per rendersene conto.
Il problema si complica ulteriormente nei workshop:
1. poiché tutti i ragazzi che li frequentano, hanno alle spalle, per mille motivi riconducibili sempre alle tematiche del disagio, un vissuto della scuola come luogo del fallimento ,dell'inadeguatezza,della marginalità e spesso dell'emarginazione,della ruolizzazione come cattivi;
2. poiché i ragazzi immigrati sommano a questo vissuto negativo della scuola quello di estraneità alla città, che viene vissuta, con sentimenti di profonda ambivalenza, o come luogo salvifico o come luogo nemico e pieno di insidie( [2]).
Cosicché i nostri workshop, che sono allocati all'interno delle scuole - e che sono condotti da psicologhe tirocinanti e da volontarie spesso reggiane doc - diventano per i nostri ragazzi luoghi che facilmente si prestano a una serie di malintesi che, come sappiamo, non possono essere risolti venendo meno ai nostri compiti riabilitativi. Stiamo apprezzando molto l'arrivo da un paio di anni a questa parte, arrivo che è diventato massiccio nel 2003, di giovani volontari immigrati che dentro le loro scuole ma anche in altre ( La stanza di Dante ) ci permettono di rendere lo spazio di accoglienza per bambini o ragazzi di recente immigrazione più famigliare, riconoscibile, fruibile oltre che di fare sentire loro stessi, nostri "mediatori culturali " più accasati,più appartenenti alla scuola, alla città in cui vivono e studiano
Sappiamo anche che tali compiti vanno coniugati con il gioco per cui, alla fine, il nostro fare oscilla fra due polarità: quella del fare come studio e come esercizio ; e quella del fare come gioco . Ma il problema è che, se non riusciamo a coniugare bene l'una all'altra queste due polarità, l'esercizio per i nostri preadolescenti a rischio diventa un ricondurre troppo da vicino il workshop alla scuola ed al fallimento, mentre il gioco , disgiunto dall'esercizio e dallo studio, rischia di apparire ai loro occhi come una situazione di gratuità e di di\vertimento, cioè di disattenzione rispetto a quei problemi scolastici e di crescita psicologica, che sono poi la ragione per cui sono lì con noi.
Il problema, come sanno tutti coloro che hanno prestato la propria opera nei workshop, è spesso aggravato da tre elementi.
Innanzitutto dal fatto che la scuola esercita pressioni perché questa officina della riabilitazione del ragazzo a rischio lo faccia in fretta e seguendo le indicazioni della scuola stessa. Questa visione ancillare del workshop rende la situazione particolarmente ansiogena poiché taglia i tempi di realizzazione del progetto riabilitativo, ed, a volte, finisce con l'essere vista come una indebita e pericolosa intrusione in questi luoghi che invece meriterebbero una particolare tutela sul piano dei vissuti della spazialità. In secondo luogo dal fatto che, così come il giovane immigrato può scegliere anche una modalità polemica di integrazione in città, allo stesso modo, e ancor di più - dati i temi all'ordine del giorno - nei workshop i nostri preadolescenti a rischio possono mettere in atto modalità di partecipazione quali: la provocazione, la regressione, il ritiro in una situazione di coppia o di piccolo gruppo non operativo, un agire impulsivo e tutto centrato l'irriflessività, l'assunzione di un ruolo sociale debole (insomma un lavorare al minimo che può fare apparire il ragazzo molto più opaco sul piano intellettivo di quanto in effetti egli sia), etc.
Infine anche noi, possiamo - di fronte a queste difficoltà - a volte vivere male i workshop e reagire in maniera inappropriata.
Che fare? La risposta è ovviamente in una continua opera di osservazione, di riflessione, di programmazione e di verifica in itinere.
Ma intanto, riconducendoci alle due modalità dell'esercizio e del gioco può essere un buon punto di partenza, forse, per le nostre riflessioni considerare che il fare come esercizio è utile, poiché definisce la strada della professionalizzazione, ma ha il suo limite nel fatto che non si riferisce alla totalità del soggetto, bensì alla periferia del soggetto stesso; mentre il fare come gioco è importante nel definire una alleanza con i nostri ragazzi poiché si riferisce alle parti nucleari del sé loro e nostro, ma se non collegato con l'apprendimento, può diventare gratuito e fuorviante.
Allora, dato che il nostro compito di ri\abilitatori è quello di fare ri\avere ai nostri ragazzi a rischio ciò che hanno perso, o che finora non hanno mai avuto, competenza ed agio , e cioè abilità sul piano degli apprendimenti e buona immagine di sé, la scommessa è nel sapere coniugare sempre esercizio e gioco, in modo tale che l'esercizio sia proposto sotto forma di gioco, ed il gioco serva a crescere emotivamente e mentalmente.
Solo colorando coi colori del gioco i workshop questi spazi potranno essere vissuti sempre più come spazi propri dai nostri ragazzi. Così come solo mantenendo sempre all'ordine del giorno un progetto riabilitativo realistico, per ciascuno di essi e per tutto il gruppo, avremo fatto capire loro che crescere mentalmente costa fatica, ma che - intanto - il gioco vale la candela, e soprattutto che il workshop è un'officina, uno spazio che serve a loro per crescere mentalmente e che, come tale, noi vogliamo che loro se ne approprino.
[1] Cfr. D. Bertani, Workshop ed ingresso in preadolescenza: difficoltà, problemi, in: L. Angelini, D. Bertani, P. Bevolo, P.G. Fagandini, Bambini e ragazzi a rischio fra famiglia, scuola e strada, Unicopli, Milano, 1999
[2] Cfr. L. Angelini: Insegnamento e apprendimento: l'inserimento a scuola dei bambini e dei ragazzi immigrati, in: L. Angelini, D. Bertani; M. Cantini (a cura di), 'Volontariato - Gancio Originale, Amministr. Prov. di Reggio E., 1995

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